La seconda vita di Valentina Truppa

di Umberto Martuscelli

L’abbiamo vista per 21 anni in rettangolo vestita con l’uniforme dell’Arma dei Carabinieri. Praticamente una seconda pelle. Di certo un’identificazione assoluta: anche perché – a differenza di quanto è accaduto nel salto ostacoli – un atleta italiano in gara a quei livelli in dressage con i colori della Benemerita non si era mai visto…

Lunedì 12 maggio 2025 quindi è una data che segna contemporaneamente una fine e un inizio: perché è quella del giorno in cui Valentina Truppa si è recata a Roma per firmare il proprio congedo dall’Arma dei Carabinieri, mettendo dunque termine alla sua vita sportiva da amazzone militare e dando avvio a quella di amazzone civile. Per l’appunto dopo 21 anni… Anni durante i quali la campionessa azzurra ha partecipato alle massime competizioni internazionali illustrando con le sue magnifiche prestazioni non solo la bandiera dell’Italia ma anche i colori di un’Arma che parla della storia del nostro Paese tanto quanto il tricolore.

«Ho chiesto il congedo all’inizio del mese di febbraio, ma avevo una grande quantità di ferie non godute che non possono essere retribuite quindi siamo arrivati al 12 maggio».

Quali sono le ragioni che l’hanno spinta a congedarsi?

«Diciamo che io sarei stata disponibilissima a continuare nel rapporto con l’Arma dei Carabinieri se solo ci fosse stata un po’ più di elasticità nell’interpretazione di determinate situazioni».

Vale a dire… ?

«La possibilità di far coesistere il mio rapporto con Fise con il mio status di carabiniere e, in proposito, la mia assoluta volontà di non creare alcun problema all’Arma. Devo ringraziare i vertici Fise, il presidente Marco Di Paola e il direttore sportivo Francesco Girardi per essermi stati molto vicino in questo difficile frangente della mia vita professionale e sportiva. Inoltre ho ricevuto nel corso del tempo numerose richieste di lavoro e di incarichi non del tutto compatibili con il mio status di carabiniere, quindi di dipendente statale. Così ho tirato due somme, sia dal punto di vista economico sia delle opportunità: ho 39 anni, vado per i 40, spero di montare ancora per una decina d’anni ma devo anche pensare a cosa farò dopo… e non lo potrò decidere all’ultimo momento, si tratta di qualcosa per cui le basi vanno gettate adesso affinché poi si concretizzino le conseguenze migliori».

Lei spesso ha dichiarato di vedere i 50 anni come momento conclusivo della sua carriera agonistica: non è un po’ pessimista… ?

«In effetti gli atleti nel nostro sport spesso si dimostrano molto longevi, abbiamo numerosi esempi eloquenti da questo punto di vista sia in dressage sia in salto ostacoli… Però io ho iniziato molto presto, ho fatto le prime gare a 10 anni, la prima internazionale a 14… Ovviamente mi piace montare a cavallo e andare in concorso, non escludo affatto di poterlo fare anche dopo i 50 anni, ma mi piace tantissimo anche l’idea di mettere a disposizione delle nuove generazioni la mia esperienza, le mie conoscenze. Poi comunque è un dato di fatto che a 50, 55, 60 anni non si ha più la fisicità di un trentenne: è una realtà di cui tener conto. Questo lo sto dicendo adesso: magari tra cinque anni compare il nuovo Chablis o il nuovo Eremo del Castegno della situazione e vado avanti fino a 60. Diciamo che sulla carta sto ragionando sull’alternativa, ecco, mettiamola così!».

Ma nel concreto in cosa consisterebbe l’alternativa?

«Ho già intrapreso il percorso per diventare giudice, faccio gli esami per gli istruttori della Fise, tengo stage, sono il tecnico Fise per i pony… chissà, tutto può succedere: l’importante è coltivare bene tutte le opportunità che si presentano, se vengono reputate interessanti ovviamente. A oggi ho un elenco di impegni e di cose da fare da metà maggio in avanti che nemmeno le dico… ».

Come si dice: si chiude una porta e si apre un portone…

«Un aspetto positivo di tutto questo è che d’ora in poi sarò libera di accettare determinate proposte che prima invece richiedevano un’autorizzazione, o che proprio non avrei potuto accogliere. Le tempistiche per ottenere qualunque tipo di autorizzazione sono quelle tipiche di un ente statale, dieci giorni, due settimane… quindi se mi veniva chiesto di fare qualcosa oggi per domani io potevo solo rispondere negativamente».

Che effetto le farà non indossare più l’uniforme dopo 21 anni?

«Me l’ha già fatto, l’effetto, perché è da febbraio che sto montando con la tenuta da civile. L’effetto è stato strano, sì… beh, avevo già messo il frac in gara alle Olimpiadi, ma lì si trattava di una situazione del tutto particolare. La cosa più… buffa di tutto questo è che le prime volte nessuno mi ha salutato perché nessuno mi ha riconosciuto, talmente abituati tutti a vedermi con l’uniforme… Perfino mio padre un giorno si è messo a cercarmi in campo prova chiedendomi alla radiolina dove fossi finita e io ero lì già da cinque minuti… !».

Però un po’ di emozione l’avrà pur provata!

«Altroché… Confesso che due pianti me li sono fatti, sì. Anche perché in tutti questi anni si è creata una specie di grande famiglia con i miei superiori diretti e con tutti i miei colleghi con i quali siamo lì da sempre (Valentina Truppa continua a usare il presente… n.d.r.), e penso a Bruno Chimirri, Massimo Grossato, Stefano Brecciaroli… ci siamo visti per ventun anni a tutte le riunioni, a tutte le convocazioni, anche per il pranzo di Natale… Poi abbiamo una chat in comune, siamo sempre aggiornati sui risultati di tutti, comunichiamo gli uni con gli altri tutto quello che è importante o che può esserci utile… anche tra atleti che altrimenti non si incontrerebbero mai tra chi è in gara in salto ostacoli, chi in completo, chi in dressage… insomma, sarà strano uscire da tutto questo».

Qual è l’aspetto più significativo dell’aver indossato l’uniforme dell’Arma dei Carabinieri?

«Intanto diciamo che io mi sono arruolata nel giugno del 2004, avevo appena compiuto 18 anni, ho fatto il corso in caserma nell’estate tra la quarta e la quinta superiore… parliamo davvero di una enorme quantità di tempo… L’aspetto più significativo… beh, direi un fatto di prestigio e senso dell’onore dell’uniforme prima di tutto. E poi di riconoscibilità, che nel lungo periodo vuol dire molto: un’amazzone nei rettangoli nazionali e internazionali con l’uniforme dell’Arma dei Carabinieri agli occhi del pubblico non potevo che essere io».

E la cosa più importante che ha imparato grazie all’Arma dei Carabinieri?

«La disciplina, di sicuro: nei due mesi di corso in caserma abbiamo vissuto un vero e proprio inquadramento militare. E poi un certo senso di responsabilità: ci è sempre stato insegnato che certamente siamo atleti prima di tutto, ma anche carabinieri pur se non in servizio. Il messaggio è sempre stato quello di tenere comportamenti irreprensibili e di segnalare qualunque situazione sospetta o allarmante».

Sotto il profilo dello sport e della sua carriera agonistica aver indossato l’uniforme dell’Arma dei Carabinieri cosa ha voluto dire?

«Questa è una cosa a cui ho pensato spesso… Non credo che l’uniforme abbia cambiato il corso della mia vita agonistica, al di là dell’onore e del prestigio che derivano comunque dall’indossarla. Ma all’atto pratico i risultati che ho avuto li ho costruiti io con i miei sacrifici, a mie spese, con i miei cavalli, con la mia organizzazione. È vero che percepiamo uno stipendio, per questo continuerò a essere grata, però il nostro è uno sport in cui con uno stipendio da statale si fa poco: se io non avessi avuto la fortuna di una famiglia che mi ha supportato e di sponsor che mi hanno sostenuto non avrei di certo potuto mantenere lo standard di gare e di cavalli che poi hanno portato i risultati all’Arma dei Carabinieri. Quindi esclusivamente sotto il profilo dei risultati agonistici penso di aver dato tanto all’Arma».

Tra l’altro si sentono spesso ultimamente voci polemiche circa il fatto che molti dei cavalieri in uniforme percepiscono uno stipendio di cui in realtà non avrebbero assolutamente bisogno…

«Sì, ovviamente voci del genere le ho sentite anche io… Ma bisogna anche tenere conto del rovescio della medaglia, onori ma anche oneri cioè: indossando un’uniforme determinate cose non si possono fare, determinati soldi non si possono guadagnare, determinate sponsorizzazioni non si possono avere a meno che non siano sotto forma di materiali o di cose di cui necessitano i cavalli… E poi il punto centrale è che nei gruppi sportivi non si viene presi perché si ha bisogno o meno di soldi: si viene presi per avere risultati sportivi».

Come ha vissuto durante tutto questo tempo il rapporto con i vertici dell’Arma dei carabinieri?

«Con il comandante della sezione equitazione il rapporto è sempre stato eccellente, senza mai avvertire la differente posizione di superiore e subordinato: a tale proposito ricorderò sempre con affetto il luogotenente Giorgio De Vigili e il maresciallo maggiore Paolo Lacquaniti. Poi c’è il comandante del centro sportivo che è il comandante di tutte le sezioni sportive: negli anni ne ho visti passare tanti, ognuno con le sue idee naturalmente, chi dava più importanza a qualcosa e chi a qualcosa d’altro. Due in particolare mi sono rimasti nel cuore: il generale Cuneo e il generale Galvaligi, anche perché entrambi provenienti dal mondo dei cavalli. Gli altri sono stati comandanti assolutamente ottimi, ma un po’ più neutri rispetto allo sport equestre».

C’è stato in tutti questi anni un fatto, un episodio, un evento che per lei ha avuto un significato particolare nel suo essere carabiniere?

«Quello che non dimenticherò mai è stato il gesto che ha fatto nei miei confronti il generale Tullio Del Sette nel momento in cui era comandante generale dell’Arma dei Carabinieri. Prima è venuto a trovarmi personalmente in ospedale a Siena durante il periodo del ricovero a seguito del mio grave incidente nel 2015; poi mi ha convocato a Roma dopo le Olimpiadi di Rio de Janeiro per consegnarmi ugualmente di persona l’encomio per essere riuscita a partecipare ai Giochi nonostante, per l’appunto, quell’incidente e tutte le difficoltà che ne sono conseguite».

Si gira pagina, dunque. Come affronterà questo secondo capitolo della sua vita di amazzone adesso?

«Quando si fa parte di un gruppo sportivo militare bisogna mantenere anche un certo ritmo agonistico: non esiste che per due mesi, dico per dire, non si esca in gara. Quindi io compatibilmente con le esigenze e le necessità dei miei cavalli ho sempre fatto una media di una gara ogni venti giorni o al più una ogni mese, nazionale o internazionale che fosse. Adesso questo impegno non ci sarà più e se avrò bisogno di prendere due mesi o più di lontananza dalle competizioni per impegni del mio lavoro di giudice o di tecnico o di docente, o semplicemente per rispettare una giusta progressione nel lavoro dei cavalli, beh… potrò farlo. Questa è la cosa che mi dà non dico più serenità, perché non mi sentivo certo agitata o costretta prima, però mi mette meno pressione psicologica, meno fiato sul collo… se avrò bisogno di un mese in più per preparare un cavallo me lo potrò prendere, non dovrò necessariamente fare quella determinata gara nel giro di venti giorni ma anche dopo un mese o due… e potrò dedicarmi senza fretta al lavoro sui cavalli giovani. Diciamo che seguirò molto meglio il ritmo del lavoro dei cavalli e non necessariamente quello del calendario agonistico».

UNA CARRIERA DI SUCCESSO

Valentina Truppa è nata il 18 marzo 1986. Arruolata nell’Arma dei Carabinieri il 9 giugno del 2004, ha firmato il suo congedo il 12 maggio 2025. Ventun anni ricchi di successi magnifici con l’uniforme della Benemerita fin dalla sua carriera young rider (e quella finale da junior), dopo una ‘vita’ nella classe juniores che l’ha vista prendere parte a quattro edizioni del Campionato d’Europa in sella a Don Rico dal 2000 al 2004 con la medaglia d’argento individuale 2004 sia nel tecnico sia nel freestyle, e il 4° posto individuale 2000, 2002 e 2003. Da young rider Valentina Truppa ha preso parte a tre Campionati d’Europa: medaglia di bronzo individuale su Don Rico a Barzago nel 2005, medaglia d’oro tecnico e freestyle nel 2006 a Stadl Paura su Chablis, medaglia di bronzo individuale – e a squadre – e oro individuale nel freestyle nel 2007 a Nussloch. Sempre da young rider ha vinto la Coppa del Mondo per quella classe d’età a Francoforte in sella a Don Rico nel 2005 e su Chablis nel 2006 e 2007. Poi inizia la carriera agonistica seniores. Il Campionato d’Europa la vede presente a Rotterdam nel 2011 e a Herning nel 2013 su Eremo del Castegno, mentre Ranieri è il suo compagno di gara ad Hagen nel 2021. Nel 2014 monta Eremo del Castegno nel Campionato del Mondo di Caen, dopo aver partecipato con lui alle Olimpiadi di Londra nel 2012. Il 2012 è anche l’anno dello storico 3° posto in sella a Eremo del Castegno nella finale della Coppa del Mondo d ‘S-Hertogenbosch: un risultato record, dato che mai nessun atleta italiano (quanto meno fino al 2025) si è classificato nei primi tre posti di una finale di World Cup delle due discipline olimpiche (salto ostacoli e dressage). La sua seconda Olimpiade è quella di Rio de Janeiro in sella a Chablis nel 2016.

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